l'ebreo nella neve
romanzo
martedì 23 settembre 2014
mercoledì 17 settembre 2014
TOMMASO PROCINO, LA VOCE DEI POETI
Chi conosce la Poesia ad Acquaviva non può non conoscere i tempi migliori del teatro di Tommaso Procino nel nostro paese. Il suo amore dell'oro dei versi è forte, fatto del più duro granito della volontà di un artista.
Il languore del suo sguardo è tutto perso oltreconfine, sui contrafforti delle montagne dei poeti dove lui con il suo treno lento ma deciso si arrampica sollevandoci con lui alle altezze delle bellezze della vita, che ognuno di noi si porta dentro.
Comunque Tommaso Procino ci ha tirato su un pò a tutti con la grappa distillata delle idee spartane dei suoi autori remoti di teatro e di poesia.
Con il suo bene di mastro muratore di testi lui, un pò sorridente un pò catastrofico, ci continua stranamente a formare con le lontanissime voci di fantasmi di genii che ci amano fin dentro i nostri colorati casamenti di Acquaviva.
Per Acquaviva cammina ogni tanto Federico Garcia Lorca con la sua musica e i suoi poemi e Acquaviva diventa Granada, e noi pensosi gitani che passeggiano piano tra le stesse mandorle e gli stessi fichi antichi che si specchiano sempre negli occhi languidi e persi nell'infinito dell'anima del nostro caro Tommaso Procino, titano di proscenio che declama senza enfasi, brucia senza fuoco, con i preziosi calamai dei suoi grandi poeti in mano, con i loro tesori mandati a memoria dal suo incredibile cuore. Per noi.
Tommaso non legge più, è ormai diventato lui stesso la voce dei suoi amatissimi poeti. Miracoli che capitano solo ai grandi.
Giuseppe D'Ambrosio Angelillo
mercoledì 10 settembre 2014
MATTINO
e nella stanza piange la gioia di un altro giorno la musica dell`alba nel tiepido mattino
ROBERTO LONGHI
E RIDONO LE MIE LACRIME
e ridono delle mie lacrime gli angeli piu` lontani io che solo davanti alla bellezza del mattino corro per raggiungerti nell`invisibile follia dell`azzuro dissero che sono pazzo di fronte a una folla di pazzi,
ma sul marciapiede
le donne travestite lanciavano sguardi di tristezza, e l`amore solo si disperava in un giardino di musica dal cielo il sole come un maestro esplose nel mio dolore e una voce canto` sui palcoscenici di vento la gioia che poi ritorna, analfabeta esaudivo il desiderio di un bambino scalzo e ancora lasciavo le mie lacrime
nella melodia di un coro celestiale fragile stelo sul sentiero d`oro di spine
ROBERTO LONGHI
I CAPELLI DI UN RICORDO
saranno ancora fiori di luce sui davanzali di una notte solitaria i piedi nudi di un poeta seduto al centro di un giardino come ricordi di un cammino senza tempo nelle citta` del dolore le pause nella musica come morsi di silenzio faranno breccia nella sabbia di una donna piu` invisibile dei suoi respiri e i freni nelle tenebre di sentieri rotti come giorni senza amore sciolti i capelli di un ricordo sul lenzuolo che illumina le lacrime del fantasma ancora in volo sul paesaggio di un passato le querce che non rispondono ai richiami di un sogno di fuochi camminano al mio fianco i girasoli di un tempo di folle bellezza e le parole cadono come mani mute sulle foglie del mio amore temporali di sguardi rinchiusi nei manicomi di una citta danzano i mari quando dormono gli amanti sui cuscini e l`armonia dell`infinito incontra il mio silenzio `
ROBERTO LONGHI
lunedì 8 settembre 2014
LA FORTUNA
Cerco sempre la fortuna degli altri, ma non possono darmela. Ognuno si tiene la sua. Io ho la mia fortuna e quella mi devo tenere stretta, perché non posso averne un'altra.
A che può servirti allora la fortuna degli altri? Serve solo a loro. A te non daranno mai niente. Solo dalla tua stessa fortuna può arrivarti qualcosa.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
A che può servirti allora la fortuna degli altri? Serve solo a loro. A te non daranno mai niente. Solo dalla tua stessa fortuna può arrivarti qualcosa.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
sabato 9 agosto 2014
6 poesie di ANGELO MARIA RIPELLINO
da Notizie dal diluvio
Cresce dal bianco e nel bianco si scioglie,
così da non essere né da esser cresciuto,
eppure cresce e non potrà farsi nero,
né oggetto né limite, e non avrà mai volume.
Di bianco in bianco, appena percettibile
solo ad occhi invaghiti, filiera di luce,
che avvampa e si affioca in uno spazio infinito,
che sorge ed annega in un precipizio prospettico,
timidezza che nega persino i vezzeggiamenti,
che preferisce l’assenza alla cattura,
fuga in filigrana, galassia con frange di lacrime,
disperatissimo imbroglio: un amore che dura
ormai da vent’anni.
così da non essere né da esser cresciuto,
eppure cresce e non potrà farsi nero,
né oggetto né limite, e non avrà mai volume.
Di bianco in bianco, appena percettibile
solo ad occhi invaghiti, filiera di luce,
che avvampa e si affioca in uno spazio infinito,
che sorge ed annega in un precipizio prospettico,
timidezza che nega persino i vezzeggiamenti,
che preferisce l’assenza alla cattura,
fuga in filigrana, galassia con frange di lacrime,
disperatissimo imbroglio: un amore che dura
ormai da vent’anni.
*
Qui dentro io sono il sovrano
e mi appartengono tutti i colori:
l’azzurro del cielo-gabbiano,
l’inchiostro del mare spurgato da un pòlipo,
e le gialle campànule di un cotone stampato,
e il rosso sudore dell’arida terra,
e l’àureo torrente delle foglie autunnali.
Tutto ciò mi fu dato e sottratto e ridato
nel mio zoppicante destino, nella mia eterna guerra
per sopravvivere, in questo trèmito di acetilene,
e per troppe volte gli ho detto addio,
ben sapendo che tutto sarebbe durato
anche senza di me, anche se mi appartiene,
anche se non è mio.
e mi appartengono tutti i colori:
l’azzurro del cielo-gabbiano,
l’inchiostro del mare spurgato da un pòlipo,
e le gialle campànule di un cotone stampato,
e il rosso sudore dell’arida terra,
e l’àureo torrente delle foglie autunnali.
Tutto ciò mi fu dato e sottratto e ridato
nel mio zoppicante destino, nella mia eterna guerra
per sopravvivere, in questo trèmito di acetilene,
e per troppe volte gli ho detto addio,
ben sapendo che tutto sarebbe durato
anche senza di me, anche se mi appartiene,
anche se non è mio.
*
da Sinfonietta
Un giorno sarai abbandonato,
come un riccio sull’orlo di una strada campestre.
Andrai qualche volta in cucina,
a chieder molliche
alla loro arroganza, umiliato.
Sei zavorra, sei molesto,
con quelle spine spuntate inutili,
sei cosa da regalare alle ortiche,
da mettere in un vecchio cesto,
da coprire di sputi.
come un riccio sull’orlo di una strada campestre.
Andrai qualche volta in cucina,
a chieder molliche
alla loro arroganza, umiliato.
Sei zavorra, sei molesto,
con quelle spine spuntate inutili,
sei cosa da regalare alle ortiche,
da mettere in un vecchio cesto,
da coprire di sputi.
*
da Lo splendido violino verde
Guai a chi si costruisce il suo mondo da solo.
Devi associarti a una consorteria
di violinisti guerci, di furbi larifari,
di nani del Veronese, di aiuole militari,
di impiegati al catasto, di accòliti della Schickeria.
E ballare con loro il verde allegro dello sfacelo,
le gighe del marciume inorpellato,
inchinarti dinanzi ai feticci della camorra,
come Abramo dinanzi al volere del cielo.
Guai a chi sta sulla terra è sprovvisto di santi,
guai a chi resta solo come un re disperato
fra neri ceffi di lupi digrignanti.
Devi associarti a una consorteria
di violinisti guerci, di furbi larifari,
di nani del Veronese, di aiuole militari,
di impiegati al catasto, di accòliti della Schickeria.
E ballare con loro il verde allegro dello sfacelo,
le gighe del marciume inorpellato,
inchinarti dinanzi ai feticci della camorra,
come Abramo dinanzi al volere del cielo.
Guai a chi sta sulla terra è sprovvisto di santi,
guai a chi resta solo come un re disperato
fra neri ceffi di lupi digrignanti.
*
Si cruccia della solitudine e aspetta
sempre un cugino dal Paraguay,
un dottor Jazz con la sua Bugatti cachettica,
che non verrà mai.
Rifugge il viavai della folla, il demonio demaniale,
ma poi gli piace la melassa della massa,
tuffarsi nella sua lurida colla, nel suo carnevale.
I farisei lo innaffiano di chiacchiera,
ne ha uditi di bacalari.
Nel brago del vaniloquio si inzàcchera.
Che fiera di osei, che Canaria.
Clichés in crespo di China si inchinano e parlano
di pudicizia, di amore, di patria, di Onassis.
Eppure ho bisogno di Luoghi Comuni, di ciarla,
di musichette al glucosio, di gàrrule tortore
di calabroni saccenti, di contrabbassi,
di tutto il bailamme che tiene a bada la morte.
sempre un cugino dal Paraguay,
un dottor Jazz con la sua Bugatti cachettica,
che non verrà mai.
Rifugge il viavai della folla, il demonio demaniale,
ma poi gli piace la melassa della massa,
tuffarsi nella sua lurida colla, nel suo carnevale.
I farisei lo innaffiano di chiacchiera,
ne ha uditi di bacalari.
Nel brago del vaniloquio si inzàcchera.
Che fiera di osei, che Canaria.
Clichés in crespo di China si inchinano e parlano
di pudicizia, di amore, di patria, di Onassis.
Eppure ho bisogno di Luoghi Comuni, di ciarla,
di musichette al glucosio, di gàrrule tortore
di calabroni saccenti, di contrabbassi,
di tutto il bailamme che tiene a bada la morte.
*
Resta con me, non andartene.
Già bolle il caffè turco della notte eresiarca,
come azzurre fiammelle di ponce sfavillano
le lampadine giranti del Luna Park.
Non affogare nel ròtor, nel grinzo
gorgo dei casamenti impazziti,
dove scurrili bellocce si impinzano
di fricandò e di soffritti.
A tante storie consunte si aggiunga anche questa, –
ma resta,
furbastra barbiera e giumenta:
imbrattami di noia, di falsa gioia,
di paroline spumose e posticce,
perché, come in tempi lontani, io mi senta
stupidamente felice.
Già bolle il caffè turco della notte eresiarca,
come azzurre fiammelle di ponce sfavillano
le lampadine giranti del Luna Park.
Non affogare nel ròtor, nel grinzo
gorgo dei casamenti impazziti,
dove scurrili bellocce si impinzano
di fricandò e di soffritti.
A tante storie consunte si aggiunga anche questa, –
ma resta,
furbastra barbiera e giumenta:
imbrattami di noia, di falsa gioia,
di paroline spumose e posticce,
perché, come in tempi lontani, io mi senta
stupidamente felice.
ANGELO MARIA RIPELLINO
martedì 29 luglio 2014
martedì 15 luglio 2014

O POETA a Roberto Longhi
o poeta, che navighi in incognito
nel largo mare dei segreti
e che mai dirai cosa vedi veramente
per pudore
per pigrizia
per non farti deridere.
tu sei l'idiota di cui tutti hanno bisogno
per non confessarsi
al loro stesso miracolo
e farsi mettere in galera.
o poeta, tu sei il parafulmine
di tutti i paradisi che falliscono
per pura demenza.
eppure tu sei sempre allegro
e sembra quasi
che tu non esista nemmeno,
ma esisti perché vai al rogo
in quel lago di fiamme
di tutti i segreti di quel resto di matti
che non vogliono essere felici
solo perché qualcuno gliel'ha proibito.
Giuseppe D'Ambrosio
VECCHIO HOTEL
con l`insonnia di un amore mai pianto abbastanza
guardo la luce di una luna impazzita di solitudine
sul terrazzo del vecchio hotel
affacciato alle tue invisibili
mani fragili come cristalli
siedo nel deserto azzurro
ho le ultime spine delle tue ali di musica
i tuoi capelli mi sognano come ricordi infelici
ora la tua dolcezza si confonde al chiarore
di un alba
e sognano i tuoi occhi cosi lontani come strane
stelle
ROBERTO LONGHI
UN BAMBINO POVERO
mi abbraccia un bambino povero sulla via di Pokhara illuminato dalla gioia mi regala un minuto d`amore un sorriso limpido di pioggia io gli regalo una collana di rudrasha e canto oltre le nuvole di questa solitudine con silenti albe sulla punta delle dita arpeggio una chitarra nella valle dei poeti dove il pianto dipinge cuori
di pura trasparenza con l`azzurro folle del giorno
ROBERTO LONGHI
ANTICHE CONTADINE NEPALESI
sui marciapiedi del sonno evanescenti flauti di venditori ambulanti
mi rapiscono dove le sponde del lago bagnano gli strani fiori dei ricordi
e le pesanti ceste di papaye gravano
sulle schiene delle antiche contadine nepalesi
sempre in cammino sulle vie come mandrie
assetate mi guardano con occhi scuri di caldo sudore e gridano
sotto le ali verdi di alberi secolari con voci sanguinanti
si spezzano i sogni di miele sotto il peso di un altro giorno
si spezzano le melodie sopra i sentieri fangosi delle risaie
le mucche ancora aprono i solchi di queste terre come
lente lacrime portano il il giogo fino al tramonto con
un sorriso fradicio di stanchezza i vecchi ancora fumano
un`altra sigaretta
ROBERTO LONGHI

giovedì 8 maggio 2014
BAI JUYI
«Il fuoco rosso lampeggia nel forno,
e riflette nel nuovo, verde e profumato vino.
Un quadro caldo e meraviglioso,
nel freddo inverno, tutto è tranquillo.
La neve in serata sembrava essere caduta,
e mi chiedo se il migliore amico vorrebbe venire
e per chiacchierare con me con del vino nuovo?»
BAI JUYI
venerdì 18 aprile 2014
ANDREA ZANZOTTO
Elegia pasquale
Elegia pasquale
Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
con tutto il tuo pallore disperato,
dov'è il crudo preludio del sole?
e la rosa la vaga profezia?
Dagli orti di marmo
ecco l'agnello flagellato
a brucare scarsa primavera
e illumina i mali dei morti
pasqua ventosa che i mali fa più acuti
con tutto il tuo pallore disperato,
dov'è il crudo preludio del sole?
e la rosa la vaga profezia?
Dagli orti di marmo
ecco l'agnello flagellato
a brucare scarsa primavera
e illumina i mali dei morti
pasqua ventosa che i mali fa più acuti
E se è vero che oppresso mi composero
a questo tempo vuoto
per l'esaltazione del domani,
ho tanto desiderato
questa ghirlanda di vento e di sale
queste pendici che lenirono
il mio corpo ferita di cristallo;
ho consumato purissimo pane
a questo tempo vuoto
per l'esaltazione del domani,
ho tanto desiderato
questa ghirlanda di vento e di sale
queste pendici che lenirono
il mio corpo ferita di cristallo;
ho consumato purissimo pane
Discrete febbri screpolano la luce
di tutte le pendici della pasqua,
svenano il vino gelido dell'odio;
è mia questa inquieta
gerusalemme di residue nevi,
il belletto s'accumula nelle
stanze nelle gabbie spalancate
dove grandi uccelli covarono
colori d'uova e di rosei regali,
e il cielo e il mondo è l'indegno sacrario
dei propri lievi silenzi.
di tutte le pendici della pasqua,
svenano il vino gelido dell'odio;
è mia questa inquieta
gerusalemme di residue nevi,
il belletto s'accumula nelle
stanze nelle gabbie spalancate
dove grandi uccelli covarono
colori d'uova e di rosei regali,
e il cielo e il mondo è l'indegno sacrario
dei propri lievi silenzi.
Crocifissa ai raggi ultimi è l'ombra
le bocche non sono che sangue
i cuori non sono che neve
le mani sono immagini
inferme della sera
che miti vittime cela nel seno.
le bocche non sono che sangue
i cuori non sono che neve
le mani sono immagini
inferme della sera
che miti vittime cela nel seno.

giovedì 27 marzo 2014
FRANCO FORTINI
FRANCO FORTINI
Parabola
Se tu vorrai sapere
chi nei miei giorni sono stato, questo
di me ti potrò dire.
A una sorte mi posso assomigliare
che ho veduta nei campi:
l'uva che ai ricchi giorni di vendemmia
fu trovata immatura
ed i vendemmiatori non la colsero
e che poi nella vigna
smagrita dalle pene dell'inverno
non giunta alla dolcezza
non compiuta la macerano i venti.
1953
Parabola
Se tu vorrai sapere
chi nei miei giorni sono stato, questo
di me ti potrò dire.
A una sorte mi posso assomigliare
che ho veduta nei campi:
l'uva che ai ricchi giorni di vendemmia
fu trovata immatura
ed i vendemmiatori non la colsero
e che poi nella vigna
smagrita dalle pene dell'inverno
non giunta alla dolcezza
non compiuta la macerano i venti.
1953
mercoledì 19 marzo 2014
BILL KNOTT
“my poetic career is nugatory … no editor will countenance my work; i’ve been forced to self-publish my poetry in vanity volumes; i am persona non grata and universally despised or ridiculed by everyone in the poetry world.”
BILL KNOTT
BILL KNOTT
BILL KNOTT
BILL KNOTT
giovedì 13 marzo 2014
martedì 4 marzo 2014
PASOLINI

"Non si lotta solo nelle piazze, nelle strade, nelle officine, o con i discorsi, con gli scritti, con i versi: la lotta più dura è quella che si svolge nell'intimo delle coscienze, nelle suture più delicate dei sentimenti."
Pier Paolo Pasolini
lunedì 24 febbraio 2014
Giuseppe D'Ambrosio Angelillo DESIREE romanzo teatrale ACQUAVIVA
lunedì 17 febbraio 2014
PASOLINI
Se qualcuno mi chiede
(e qualcuno me lo chiede) dove vado con me
risponderei di non saperlo.
Ho avuto fin nel ventre materno,
con la gioia, questa sicurezza in una
vera, assoluta, inconoscibile irrealtà.
Pier Paolo Pasolini
(e qualcuno me lo chiede) dove vado con me
risponderei di non saperlo.
Ho avuto fin nel ventre materno,
con la gioia, questa sicurezza in una
vera, assoluta, inconoscibile irrealtà.
Pier Paolo Pasolini
PASOLINI
«Siamo stanchi di diventare giovani seri o contenti per forza, o criminali, o nevrotici: vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così senza sogni».
Pier Paolo Pasolini, “La meglio gioventù”
Pier Paolo Pasolini, “La meglio gioventù”
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