mercoledì 17 settembre 2014



TOMMASO PROCINO, LA VOCE DEI POETI 

    Chi conosce la Poesia ad Acquaviva non può non conoscere i tempi migliori del teatro di Tommaso Procino nel nostro paese. Il suo amore dell'oro dei versi è forte, fatto del più duro granito della volontà di un artista.
    Il languore del suo sguardo è tutto perso oltreconfine, sui contrafforti delle montagne dei poeti dove lui con il suo treno lento ma deciso  si arrampica sollevandoci con lui alle altezze delle bellezze della vita, che ognuno di noi si porta dentro.
    Comunque Tommaso Procino ci ha tirato su un pò a tutti con la grappa distillata delle idee spartane dei suoi autori remoti di teatro e di poesia.
    Con il suo bene di mastro muratore di testi lui, un pò sorridente un pò catastrofico, ci continua stranamente a formare con le lontanissime voci di fantasmi di genii che ci amano fin dentro i nostri colorati casamenti di Acquaviva.
    Per Acquaviva cammina ogni tanto Federico Garcia Lorca con la sua musica e i suoi poemi e Acquaviva diventa Granada, e noi pensosi gitani che passeggiano piano tra le stesse mandorle e gli stessi fichi antichi che si specchiano sempre negli occhi languidi e persi nell'infinito dell'anima del nostro caro Tommaso Procino, titano di proscenio che declama senza enfasi, brucia senza fuoco, con i preziosi calamai dei suoi grandi poeti in mano, con i loro tesori mandati a memoria dal suo incredibile cuore. Per noi.
    Tommaso non legge più, è ormai diventato lui stesso la voce dei suoi amatissimi poeti. Miracoli che capitano solo ai grandi.
Giuseppe D'Ambrosio Angelillo

mercoledì 10 settembre 2014




MATTINO

e nella stanza piange la gioia di un altro giorno la musica dell`alba nel tiepido mattino
ROBERTO LONGHI

E RIDONO LE MIE LACRIME
e ridono delle mie lacrime gli angeli piu` lontani io che solo davanti alla bellezza del mattino corro per raggiungerti nell`invisibile follia dell`azzuro dissero che sono pazzo di fronte a una folla di pazzi,
ma sul marciapiede 
le donne travestite lanciavano sguardi di tristezza, e l`amore solo si disperava in un giardino di musica dal cielo il sole come un maestro esplose nel mio dolore e una voce canto` sui palcoscenici di vento la gioia che poi ritorna, analfabeta esaudivo il desiderio di un bambino scalzo e ancora lasciavo le mie lacrime 
nella melodia di un coro celestiale fragile stelo sul sentiero d`oro di spine
ROBERTO LONGHI

I CAPELLI DI UN RICORDO
saranno ancora fiori di luce sui davanzali di una notte solitaria i piedi nudi di un poeta seduto al centro di un giardino come ricordi di un cammino senza tempo nelle citta` del dolore le pause nella musica come morsi di silenzio faranno breccia nella sabbia di una donna piu` invisibile dei suoi respiri e i freni nelle tenebre di sentieri rotti come giorni senza amore sciolti i capelli di un ricordo sul lenzuolo che illumina le lacrime del fantasma ancora in volo sul paesaggio di un passato le querce che non rispondono ai richiami di un sogno di fuochi camminano al mio fianco i girasoli di un tempo di folle bellezza e le parole cadono come mani mute sulle foglie del mio amore temporali di sguardi rinchiusi nei manicomi di una citta danzano i mari quando dormono gli amanti sui cuscini e l`armonia dell`infinito incontra il mio silenzio `
ROBERTO LONGHI

lunedì 8 settembre 2014

LA FORTUNA

    Cerco sempre la fortuna degli altri, ma non possono darmela. Ognuno si tiene la sua. Io ho la mia fortuna e quella mi devo tenere stretta, perché non posso averne un'altra.
    A che può servirti allora la fortuna degli altri? Serve solo a loro. A te non daranno mai niente. Solo dalla tua stessa fortuna può arrivarti qualcosa.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

LADY BOUNTIFUL












sabato 9 agosto 2014

6 poesie di ANGELO MARIA RIPELLINO





da Notizie dal diluvio
Cresce dal bianco e nel bianco si scioglie,
così da non essere né da esser cresciuto,
eppure cresce e non potrà farsi nero,
né oggetto né limite, e non avrà mai volume.
Di bianco in bianco, appena percettibile
solo ad occhi invaghiti, filiera di luce,
che avvampa e si affioca in uno spazio infinito,
che sorge ed annega in un precipizio prospettico,
timidezza che nega persino i vezzeggiamenti,
che preferisce l’assenza alla cattura,
fuga in filigrana, galassia con frange di lacrime,
disperatissimo imbroglio: un amore che dura
ormai da vent’anni.
*
Qui dentro io sono il sovrano
e mi appartengono tutti i colori:
l’azzurro del cielo-gabbiano,
l’inchiostro del mare spurgato da un pòlipo,
e le gialle campànule di un cotone stampato,
e il rosso sudore dell’arida terra,
e l’àureo torrente delle foglie autunnali.
Tutto ciò mi fu dato e sottratto e ridato
nel mio zoppicante destino, nella mia eterna guerra
per sopravvivere, in questo trèmito di acetilene,
e per troppe volte gli ho detto addio,
ben sapendo che tutto sarebbe durato
anche senza di me, anche se mi appartiene,
anche se non è mio.
*
da Sinfonietta  
Un giorno sarai abbandonato,
come un riccio sull’orlo di una strada campestre.
Andrai qualche volta in cucina,
a chieder molliche
alla loro arroganza, umiliato.
Sei zavorra, sei molesto,
con quelle spine spuntate inutili,
sei cosa da regalare alle ortiche,
da mettere in un vecchio cesto,
da coprire di sputi.
*
da Lo splendido violino verde  
Guai a chi si costruisce il suo mondo da solo.
Devi associarti a una consorteria
di violinisti guerci, di furbi larifari,
di nani del Veronese, di aiuole militari,
di impiegati al catasto, di accòliti della Schickeria.
E ballare con loro il verde allegro dello sfacelo,
le gighe del marciume inorpellato,
inchinarti dinanzi ai feticci della camorra,
come Abramo dinanzi al volere del cielo.
Guai a chi sta sulla terra è sprovvisto di santi,
guai a chi resta solo come un re disperato
fra neri ceffi di lupi digrignanti.
*
Si cruccia della solitudine e aspetta
sempre un cugino dal Paraguay,
un dottor Jazz con la sua Bugatti cachettica,
che non verrà mai.
Rifugge il viavai della folla, il demonio demaniale,
ma poi gli piace la melassa della massa,
tuffarsi nella sua lurida colla, nel suo carnevale.
I farisei lo innaffiano di chiacchiera,
ne ha uditi di bacalari.
Nel brago del vaniloquio si inzàcchera.
Che fiera di osei, che Canaria.
Clichés in crespo di China si inchinano e parlano
di pudicizia, di amore, di patria, di Onassis.
Eppure ho bisogno di Luoghi Comuni, di ciarla,
di musichette al glucosio, di gàrrule tortore
di calabroni saccenti, di contrabbassi,
di tutto il bailamme che tiene a bada la morte.
*
Resta con me, non andartene.
Già bolle il caffè turco della notte eresiarca,
come azzurre fiammelle di ponce sfavillano
le lampadine giranti del Luna Park.
Non affogare nel ròtor, nel grinzo
gorgo dei casamenti impazziti,
dove scurrili bellocce si impinzano
di fricandò e di soffritti.
A tante storie consunte si aggiunga anche questa, –
ma resta,
furbastra barbiera e giumenta:
imbrattami di noia, di falsa gioia,
di paroline spumose e posticce,
perché, come in tempi lontani, io mi senta
stupidamente felice.
ANGELO MARIA RIPELLINO

martedì 15 luglio 2014


O POETA               a Roberto Longhi


o poeta, che navighi in incognito
nel largo mare dei segreti
e che mai dirai cosa vedi veramente
per pudore
per pigrizia
per non farti deridere.
tu sei l'idiota di cui tutti hanno bisogno
per non confessarsi 
al loro stesso miracolo
e farsi mettere in galera.
o poeta, tu sei il parafulmine
di tutti i paradisi che falliscono
per pura demenza.
eppure tu sei sempre allegro
e sembra quasi 
che tu non esista nemmeno,
ma esisti perché vai al rogo
in quel lago di fiamme
di tutti i segreti di quel resto di matti
che non vogliono essere felici
solo perché qualcuno gliel'ha proibito.
Giuseppe D'Ambrosio



VECCHIO HOTEL

con l`insonnia di un amore mai pianto abbastanza           
guardo la luce di una luna impazzita di solitudine
sul terrazzo del vecchio hotel
 affacciato alle tue invisibili
mani fragili come cristalli
  siedo nel deserto azzurro
ho le ultime spine delle tue ali di musica
i tuoi capelli mi sognano come ricordi infelici
ora la tua dolcezza si confonde al chiarore
di un alba
e sognano i tuoi occhi cosi lontani come strane
stelle
ROBERTO LONGHI




UN BAMBINO POVERO

mi abbraccia un bambino povero sulla via di Pokhara                                                    illuminato dalla gioia mi regala un minuto d`amore                                                   un sorriso limpido di pioggia io  gli regalo una collana                                                   di rudrasha e canto oltre le nuvole di questa solitudine                                               con silenti albe sulla punta delle dita arpeggio una                                                     chitarra nella valle dei poeti dove il pianto dipinge cuori
di pura trasparenza con l`azzurro folle del giorno
ROBERTO LONGHI



ANTICHE CONTADINE NEPALESI

sui marciapiedi del sonno evanescenti flauti di venditori ambulanti
mi rapiscono dove le sponde del lago bagnano gli strani fiori dei ricordi
e le pesanti ceste di papaye gravano 
sulle schiene delle antiche contadine nepalesi 
sempre in cammino sulle vie come mandrie
assetate mi guardano con occhi scuri di caldo sudore e gridano
sotto le ali verdi di alberi secolari con voci sanguinanti
si spezzano i sogni di miele sotto il peso di un altro giorno
si spezzano le melodie sopra i sentieri fangosi delle risaie
le mucche ancora aprono i solchi di queste terre come
lente lacrime portano il il giogo fino al tramonto con
un sorriso fradicio di stanchezza i vecchi ancora fumano
un`altra sigaretta
ROBERTO LONGHI


giovedì 8 maggio 2014

Dante

BAI JUYI



Bai Juyi, il poeta che guidò la 'nuova campagna dei versi'. (Jessica Chang/Epoch Times)

«Il fuoco rosso lampeggia nel forno, 
e riflette nel nuovo, verde e profumato vino. 
Un quadro caldo e meraviglioso, 
nel freddo inverno, tutto è tranquillo. 
La neve in serata sembrava essere caduta, 
e mi chiedo se il migliore amico vorrebbe venire 
e per chiacchierare con me con del vino nuovo?»
BAI JUYI