domenica 6 agosto 2017

ROMANZI INESISTENTI

Dio ci dona ogni giorno un romanzo da scrivere

lungo 24 ore, puntata dopo puntata, 
col tutto il tempo di chiedere al nostro cuore
che ne pensa, se è bello se è brutto
se fa ridere se fa piangere,
ma con la testa noi per tutto questo tempo
non facciamo che chiedere alla notte
come risolvere tutti i nostri guai,
come venirci incontro con le nostre lamentele,
di indicarci il posto giusto
dove indirizzare le nostre micidiali irrinunciabili obiezioni,
e cosa ci risponde la notte?
"Ma non vedete, amici miei,
come sono tutta quanta meravigliosamente illuminata
anche io che sono nientemeno che la notte?"
Certo abbiamo tutti quanti noi bisogno
di venire consolati e confortati nei più neri momenti,
ma come avremmo necessità più che altro
nel nero momento che qualcuno ci indichi
dov'è la luce,
soprattutto quando la luce non siamo capaci di vederla più
perché davvero non c'è più-
Ma noi insistiamo così caparbiamente
di vedere con la testa,
quando invece la luce è proprio con il cuore
che si riesce a scorgere nella sua estrema potenza.
Ma molti di noi prediligono molto di più la stupidità
che l'amore, che pure ci ha dato tutto.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO


venerdì 14 ottobre 2016

Gli anni più belli della mia vita li ho trascorsi in manicomio. Li’ non scrivevo più, ma ho imparato cos’è l’amore, che e’ molto più grande della poesia. Lì nessuno si lamentava, nonostante si soffrisse molto. Ed e’ stata una felicita’ per noi tutti, l’accorgersi del dolore dell'altro. E’ questo l’amore che intendo. Mi infastidisce la curiosità, l’infelicità degli altri, la lagnosità. Io non ho mai desiderato il mio compagno di cella, ma gli ho voluto molto bene. Ultimamente, uno di loro mi ha chiamata dicendo: “ mi vien da piangere, adesso che sei diventata celebre, non per amore, ma perchè non ti ricordi più di quando ti coprivo le spalle”.
Alda Merini
DARIO FO eclettico...
Carlo Magno, la cassoeula e la vendetta dei lumbard
Se c' è un piatto che incarna l' anima e lo spirito dei milanesi, questo è la cassoeula detto in antico caza. Gli ingredienti principali di questo piatto sono le verze nere e alcune radici profumate, quindi le parti meno nobili del maiale come la cotenna, i piedini, la testa e soprattutto le costine. Quando ero ragazzino, mi ricordo che lo si cucinava solo nelle grandi occasioni e devo dire che mia madre era di una bravura incredibile: i miei amici si informavano del giorno in cui lo preparava per farsi invitare. I racconti della tradizione popolare ci restituiscono un fatto davvero spassoso e al tempo stesso drammatico: una storia degna di Pantagruel sull' origine della cassoeula che risale all' epoca di Carlo Magno e della sua discesa in Italia, anno 773, quando venne a sconfiggere definitivamente i Longobardi. Una volta vinto l' esercito di Desiderio, ai lumbard di tutta la piana del Po, primi fra tutti i milanesi, volle infliggere una umiliazione spietata: ordinò ai vinti di costruire un arco di trionfo in suo onoree di leccare la pietra finché risultasse pulitae sbiancata. Finito l' arco, qualcuno gli mise in testa di sfidare i lombardi su un altro terreno, la cucina. C' era all' epoca la vulgata che i lombardi fossero cuochi straordinari in grado di cucinare pietanze luculliane con ingredienti poveri. «Improvvisatemi un piatto dei vostri: ma attenti a voi, se non è davvero eccezionale vi faccio mozzare la testa!». Di ingredienti per cucinare non ce n' erano più. I lumbard cercarono nei borghi intorno, scendendo nelle conserve, cioè dentro ghiacciaie ante litteram, pozzi a forma di coni rivoltati, nel cui fondo, grazie alla neve portata dai monti, si riusciva a conservare per mesi le carni e i pesci. Visitarono tutte le conserve, raschiando i fondi per trovare un po' di pezzi di maiale. Poi nei boschi trovarono verdure selvatiche, cipolle e soprattutto la verza nera. Quindi, ungendo il tutto di sugna, cominciarono a mescolare quell' intruglio dentro pentoloni per ore. Carlo Magno stava lì appresso ad annusare il profumo. Si sedette alla mensa già inebriato da quell' odore. Cominciò ad inghiottirne qualche pezzo e ne rimase estasiato. «Fatene ancora per stasera», ordinò. I milanesi a quel punto, vollero vendicarsi: «Non possiamo - risposero - non c' è carne perché gli animali di sera non si fanno vedere». «Che animali?», chiese Carlo Magno. «Topi, meglio pantegane!», dissero i milanesi infilzando sontuosi pezzi di stracotto. «La cassoeula si fa con le pantegane?», chiese Carlo emettendo rutti da imperatore. «Sì, più qualche gatto e cani randagi». Con un urlo el maior dei Franchi decise di impiccarli tutti. Lo bloccò il suo consigliere, un saggio a cui dava sempre retta: «Carlo, non farlo! Se li impicchi, girerà voce che li hai condannati per vendicarti dell' affronto d' averti fatto gustare pantegane, gatti e cani bastardi e tu non ci faresti una bella figura. Mostrati soddisfatto e fingi di leccarti le labbra per il gusto e invita tutti i tuoi a mangiarne a strozzo. Vedrai che nessuno poi avrà mai il coraggio di parlarne». Carlo il Grande alzò la brocca colma di vino e urlò: «Evviva! Brindiamo alla cassoeula, regina di tutte le leccornie!»

giovedì 18 giugno 2015

lunedì 15 giugno 2015

Giuseppe D'Ambrosio,
davanti al Piccolo Teatro di Milano
con la sua bancarella di Libri Acquaviva
giugno 2014
Giuseppe D'Ambrosio Angelillo
batte a macchina
il suo nuovo romanzo
marzo 2015 Milano
Giuseppe D'Ambrosio Angelillo,
davanti il Libraccio del Naviglio Grande
con la sua bancarella di Libri Acquaviva,
maggio 2015
Giuseppe D'Ambrosio Angelillo,
a Piazza del Duomo di Milano,
davanti alla Mondadori
con la sua bancarella di Libri Acquaviva
marzo 2015
Giuseppe D'Ambrosio Angelillo,
romanziere da Acquaviva delle Fonti,
(disegno di Liisi Paasuke)
Giuseppe D'Ambrosio Angelillo,
1979
fototessera milanese
all'epoca del romanzo "Spaghetti scotti".
Giuseppe D'Ambrosio Angelillo,
con la sua bancarella di Libri Acquaviva
a piazza Cordusio Milano,
dicembre 2012
Giuseppe D'Ambrosio Angelillo,
con la sua bancarella di libri Acquaviva
a Piazza del Duomo Milano,
dicembre 2014

Giuseppe D'Ambrosio Angelillo,
con i ritratti di Alda Merini
a un Mercatone sul Naviglio Grande a Milano